Immanuel
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IL DEBITO PUBBLICO - L'unico limite dello stato - 2005/10/01 02:46
Perchè non si possono abbassare le tasse, aumentare gli incentivi alle imprese, aumentare il personale e le risorse di ospedali e scuole, o semplicemente riparare la salerno-reggio calabria?
La risposta dei nostri politici è sempre: la legge la potremmo fare, ma poi sforeremmo con il debito pubblico.
Poichè in questo Forum Internetcratico tutti possono proporre leggi (Es. installare pannelli solari sui tetti di tutti i palazzi) è bene sapere se la legge che si propone sia realizzabile o non sfori il debito pubblico.
Che cosa è il debito pubblico? Non è altro che l'insieme dei soldi che lo stato prende in prestito quando non ne ha più di suoi. Normalmente emette "titoli di stato", che sono di fatto delle vere e proprie "azioni" dello stato italiano, su cui delle agenzie internazionali di rating emettono dei giudizi in base al PIL (Prodotto Interno Lordo) e che vengono vendute e comprate come avviene per le azioni in borsa.
Il debito pubblico ha raggiunto la consistenza di 1.439.755 milioni di euro (di cui 1.248.498 milioni in titoli di stato), di cui il 36,2% è in mano ad operatori non residenti, seguiti da famiglie ed imprese per il 28,3%, da fondi comuni con il 17% e da banche con il 13,3% del totale.
Debito pubblico (valore aggiornato)
Composizione del Debito Pubblico 
Modificato da: Immanuel, Modificato alle 2005/10/01 03:21
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Immanuel
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Re:IL DEBITO PUBBLICO - L'unico limite dello stato - 2005/10/01 02:52
Composizione dei Titoli di Stato
Rapporto Debito Pubblico e PIL
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Immanuel
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Re:IL DEBITO PUBBLICO - L'unico limite dello stato - 2005/10/01 02:56
GLOSSARIO
DEBITO PUBBLICO
Il debito pubblico è il debito totale accumulato nel corso degli anni da uno stato nei confronti dei propri cittadini e/o verso l'estero. Nel caso del debito italiano siamo in presenza di un forte debito interno
DEFICIT PUBBLICO
Il deficit pubblico è il saldo negativo che si verifica quando le uscite di uno stato superano le entrate
PIL (PRODOTTO INTERNO LORDO)
Il Pil rappresenta il valore dell'insieme di beni e servizi prodotti sul territorio di uno stato da produttori nazionali o stranieri; esprime la ricchezza creata da uno stato in un certo periodo di tempo
INFLAZIONE
E' il continuo aumento dei prezzi in un dato periodo. In Italia il calcolo del tasso di inflazione è completato dal meccanismo delle città campione, dove si osserva mese per mese l'andamento dei prezzi anticipando il dato medio nazionale
LEGGE FINANZIARIA
Entro il 15 maggio di ogni anno il Governo presenta il documento di programmazione economico-finanziaria. Con il DPEF il Governo indica obiettivi e strumenti della manovra di bilancio. Il DPEF è esaminato dalle Commissioni bilancio di Camera e Senato, sentito il parere delle altre Commissioni, ed è approvato dall'Assemblea con una risoluzione sostanzialmente identica per entrambi i rami del Parlamento, che può contenere integrazioni e modifiche del Documento stesso.
Entro il 31 luglio, il Governo presenta alle Camere il disegno di legge per il bilancio annuale e pluriennale a legislazione vigente, ed entro il 30 settembre il disegno di legge finanziaria, la relazione previsionale e programmatica, il bilancio pluriennale programmatico e i disegni di legge collegati alla manovra di finanza pubblica. Questi provvedimenti devono essere approvati entro il 31 dicembre.
La sessione parlamentare di bilancio - per l'esame del disegno di legge finanziaria, del disegno di legge di approvazione dei bilanci di previsione, annuale e pluriennale dello Stato e dei documenti relativi alla politica economica - ha inizio dal momento dell'effettiva distribuzione dei testi presso il ramo del Parlamento dove sono stati presentati. La sessione ha la durata massima di 45 giorni (40 al Senato) nella Camera alla quale siano stati presentati per prima e di 35 giorni quando l'esame sia stato iniziato presso l'altra. Durante la sessione di bilancio le Camere sospendono l'esame degli altri disegni di legge a meno che non si tratti di provvedimenti di particolare urgenza (come ad esempio i decreti-legge, la ratifica di atti internazionali, il recepimento di atti normativi delle Comunità europee).
Ogni legge finanziaria, per sua struttura essenziale, si articola su tre capitoli fondamentali:
1) reperimento delle risorse (aumento delle entrate fiscali e/o riduzione della spesa pubblica);
2) distribuzione delle risorse (riduzione delle imposte e/o aumento della spesa pubblica);
3) disavanzo pubblico (emissione di obbligazioni per ripianarlo, ovvero, virtuosamente, contenimento e riduzione del medesimo).
IL PERCHE' DELLA LEGGE FINANZIARIA
L'art. 81 della Costituzione stabilisce che "Le Camere approvano ogni anno i bilanci e il rendiconto consuntivo presentati dal Governo. (...) Con la legge di approvazione del bilancio non si possono stabilire nuovi tributi e nuove spese. Ogni altra legge che importi nuove e maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte."
La ragione di queste disposizioni, secondo quanto si legge nei lavori dell'Assemblea Costituente, fu indicata in ciò, che "deve essere tolta la possibilità di varare, confondendoli con i bilanci, omnibus di provvedimenti anche tributari. La Camera, discutendo i bilanci, potrà aumentare o diminuire le cifre dei capitoli, ma non potrà aumentare o modificare le imposte, che sono regolate da apposite leggi. Il bilancio deve essere un bilancio, non diventare un'altra cosa, né prestarsi a sorprese e ad abusi" (on. Ruini).
Per circa trent'anni, pertanto, il Parlamento si è limitato ad approvare il bilancio ed il rendiconto presentati dai Governi, affidando le politiche economiche a provvedimenti di volta in volta elaborati ed approvati.
Con il passare del tempo si è manifestato in forme sempre più imponenti un fenomeno nuovo, e cioè l'aumento delle prestazioni richieste allo Stato, e quindi il ricorso al debito pubblico.
Mentre fino intorno al 1970 la finanza pubblica era quasi in equilibrio (rispetto al PIL le spese rappresentavano il 33%, le entrate il 29%), verso la fine degli anni '70 il rapporto ha preso a peggiorare in misura vistosa. La dinamica delle spese cresceva in modo assai maggiore di quella delle entrate, per la scelta politica di non inasprire troppo la pressione fiscale, soprattutto su taluni ceti. Pertanto nel 1980 il rapporto anzidetto era diventato del 43% e del 34% del PIL, con un rapporto deficit/PIL del 9%).
Si rese perciò necessario apprestare uno strumento di programmazione economico-tributaria che si facesse carico anche delle correzioni dovute all'ingigantire del debito pubblico, e con legge 5 agosto 1978 n. 468, venne varata la c.d. "legge finanziaria". L'art. 11 di detta legge stabilisce che "la legge finanziaria (...) dispone annualmente il quadro di riferimento finanziario per il periodo compreso nel bilancio pluriennale e provvede, per il medesimo periodo, alla regolazione annuale delle grandezze previste dalla legislazione vigente al fine di adeguarne gli effetti finanziari agli obiettivi". Tra le altre cose la legge definisce "il livello massimo del ricorso al mercato finanziario e del saldo netto da finanziare in termini di competenza", vale a dire, appunto, il limite del ricorso all'indebitamento.
Nonostante ciò, con gli anni il debito pubblico continuò ad aumentare, a causa di una crescita della pressione fiscale troppo lenta, e soprattutto partita in ritardo rispetto alla spesa. Le politiche tributarie dei governi di allora, infatti, puntavano, per motivi elettorali, a tenere la mano leggera sui redditi da lavoro autonomo e professionale, nonché del mondo agricolo, lasciando che il peso centrale fosse retto dal lavoro dipendente, soggetto a ritenuta alla fonte.
Così, mentre il debito pubblico degli altri Paesi dell'Unione Europea (G5) cresceva anch'esso, ma si attestava su percentuali non superiori al 60% del PIL, il debito italiano raggiungeva il 100% del PIL nel 1990, il 120 nel 1993, e addirittura il 124% nel 1995 (Governi Berlusconi e Dini). In altre parole, l'intera ricchezza prodotta dal Paese in un anno equivaleva appena ai 4/5 del debito pubblico.
Per effetto di questa dinamica sconsiderata il debito pubblico raggiunse in non molti anni il volume di due milioni e mezzo di miliardi di vecchie lire. Ciò significava:
a) che tutta la ricchezza prodotta dal Paese in un anno non bastava a coprire il debito accumulato;
b) che ogni bilancio, anche se si fosse chiuso in pareggio, era gravato dal pagamento degli interessi sul debito pubblico (il "servizio del debito") per circa 200.000 miliardi;
c) che quindi anche il pareggio di bilancio, e persino un bilancio che si chiudesse con un avanzo primario, continuava ad essere un bilancio in deficit, e questo deficit andava ad aggiungersi al debito, con effetto vizioso sul bilancio successivo. L'esito di una simile spirale viziosa era inevitabilmente rappresentato dalla bancarotta dello Stato.
Deve essere altresì considerato, in chiave di politiche sociali, che il debito pubblico rappresenta oggettivamente un enorme drenaggio di risorse dai ceti meno abbienti ai più abbienti: infatti gli interessi sul debito sono pagati da tutti con le imposte, ma sono percepiti in misura crescente dai rentiers che hanno investito i loro capitali in titoli del debiti pubblico.
Per impedire l'ormai inevitabile tracollo, con il governo Amato del 1992 (l'anno dell'accordo di Maastricht) fu effettuata una tremenda svalutazione della lira (30%), nota 3 ed ebbe inizio il drastico risanamento della finanza pubblica, proseguito dai governi Ciampi e Dini. Ma ancora all'inizio dei Governi dell'Ulivo (1996) il debito superava di quasi un quarto l'intero volume della ricchezza prodotta in un anno (PIL), il bilancio annuale era in disavanzo (deficit) di poco meno di 200.000 miliardi di lire, e il rapporto deficit/PIL era intorno al 7%.
La manovra di risanamento (il ricordarlo è essenziale per valutare la politica
economica del governo di centro-destra) aveva come perno la costituzione di un crescente avanzo primario ogni anno.
Il surplus delle entrate permetteva non ancora di intaccare il debito pubblico, ma almeno di ridurre progressivamente il servizio del debito. Non avendo più lo Stato necessità di emettere obbligazioni ogni anno per colmare il disavanzo (ma solo per il rinnovo dei titoli già emessi e scaduti), poteva diminuire il peso degli interessi, e quindi il costo del danaro e l'inflazione. Il debito pubblico continuava ad aumentare (perché l'avanzo primario era pur sempre inferiore al servizio del debito), ma cresceva sempre meno che in precedenza per effetto, appunto, di un crescente avanzo primario; e poiché in parallelo cresceva il PIL all'incirca del 2-3% ogni anno, a parte annate particolari, il rapporto deficit/PIL, e cioè il dato fondamentale posto sotto osservazione dall'accordo di Maastricht, si riduceva progressivamente (il requisito per poter entrare nell'Unione monetaria era, com'è noto, il conseguire entro il 1997 un rapporto deficit/PIL non superiore al 3%.
Nel 2000, ultimo anno dei governi dell'Ulivo, il rapporto deficit/PIL era previsto all'1,3%, e il rapporto debito/PIL era stato ridotto al 112%, con proiezione di azzeramento del primo e di pareggio del secondo entro il 2003. Ciò significa che
a) nel 2003 l'avanzo primario avrebbe coperto l'intero servizio del debito, annullando il deficit annuale;
b) che a partire da quell'anno l'avanzo primario sarebbe andato ad intaccare direttamente il debito;
c) che il debito pubblico, a questo punto, si sarebbe ridotto con velocità crescente, poiché non solo non si sarebbe più incrementato in valore assoluto a causa dei perduranti deficit, ma sarebbe stato ridotto dai vari avanzi di bilancio, e, continuando la crescita del PIL, si sarebbe avuto un rapporto doppiamente positivo;
d) che nell'anno 2010 il rapporto tra il debito pubblico e il PIL avrebbe raggiunto quel valore del 60% che è proprio degli altri maggiori Paesi dell'Unione europea, e il nostro Paese avrebbe annullato il differenziale che rende il nostro sistema meno competitivo rispetto agli altri.
Già nel 2001 questo percorso virtuoso si è interrotto.
Nel DPEF (documento di programmazione economico-finanziaria) del 2001, il Governo ipotizzava una crescita del PIL non inferiore al 3%, e su questa ipotesi costruiva il suo progetto di riduzione delle imposte, e quindi delle entrate: accrescendo il numeratore (deficit) solo un vistoso aumento del denominatore (PIL) avrebbe permesso di mantenere il rapporto deficit/PIL in linea con il programma di rientro imposto dal trattato di Maastricht.
Ma questo non si è verificato, per il noto rallentamento della crescita. Già nel programma di stabilità presentato a Bruxelles nel novembre 2001, il Governo assumeva per il 2002 i seguenti impegni: crescita del PIL al 2,3%; disavanzo, cioè rapporto deficit/PIL, allo 0,5%; debito pubblico al 104,3% del PIL. Da notare che questi impegni venivano assunti dopo lo choc delle Torri gemelle, e quindi con la consapevolezza che l'economia mondiale avrebbe subito un forte rallentamento complessivo. Ma la previsione di un forte aumento del PIL (sebbene improbabile) era appunto dettata dall'impegno elettorale di una riduzione della pressione fiscale.
Nel DPEF del giugno 2002 le previsioni venivano già notevolmente ridimensionate. La previsione di crescita veniva stimata all'1,3%; il deficit all'1,1% (pari a circa 15 milioni di euro, ovvero circa 30.000 miliardi di vecchie lire); e il debito pubblico al 108,5% del PIL.
Ma neppure questa programmazione si è rivelata veritiera. A luglio il debito pubblico ha toccato la quota di 1.386 miliardi di euro (pari a circa 2.750.000 miliardi di vecchie lire; con un aumento del 3,8% rispetto all'anno precedente). A fine ottobre 2002 il deficit di cassa ha toccato la cifra di 49,2 miliardi di euro (circa 97.000 miliardi di vecchie lire). L'avanzo primario, che nel 2000 era del 5,9%, nel 2002 è sceso al 3,5%. Tutto ciò significa un rapporto deficit/PIL tendenziale del 3,5%, largamente fuori del Patto di stabilità.
Si innesta a questo punto il tema del "buco" lasciato dai governi dell'Ulivo, spesso utilizzato come giustificazione degli ammanchi successivi. Nella finanziaria del 2001 il rapporto deficit/PIL era previsto allo 0,8%, pari a circa 20.000 miliardi di lire, mentre nel 2002 avrebbo dovuto ridursi alllo 0,5%, e nel 2003 - come si è detto - avrebbe dovuto azzerarsi.
Con la nota di variazione del marzo 2001 (le Camere si sciolsero l'8 marzo 2001), il Governo correggeva tale valore all1,1%, per effetto di variazioni nella spesa, e quindi consegnava un deficit di circa 28.000 miliardi di lire.
Successivamente lo sforamento della spesa sanitaria della maggior parte delle Regioni portò il rapporto all'1,5% (circa 40.000 miliardi).
Modificato da: Immanuel, Modificato alle 2005/10/01 03:26
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 Expert Internetcratico| Posts: 20 |   | |
Re:IL DEBITO PUBBLICO - L'unico limite dello stato - 2005/10/30 01:43
dimmi pure cosa pensi a riguardo di queste considerazioni
DEBITO PUBBLICO
Il debito pubblico è il debito totale accumulato nel corso degli anni da uno stato nei confronti dei propri cittadini e/o verso l'estero. Nel caso del debito italiano siamo in presenza di un forte debito interno
e meno male che siamo indebitati con noi stessi.
molti dei fruitori di bot e cct sono i piccoli risparmiatori, come i neo pensionati o famiglie del ceto medio.
inoltre se si prendesse la via del debito estero credo che ci ritroveremo in breve come in argentina, il debito cresce , le banche (estere) chidono i rubinetti e chiedono rientro, le banche nazionali congelano e fanno sparire i conti di cittadini (unica grande risorsa di liquidità), lo stato chiude i servizi più costosi perchè non è in grado di mantenerli (pensioni e ospedali)
PIL (PRODOTTO INTERNO LORDO)
Il Pil rappresenta il valore dell'insieme di beni e servizi prodotti sul territorio di uno stato da produttori nazionali o stranieri; esprime la ricchezza creata da uno stato in un certo periodo di tempo
il problema e che il PIL e un indicatore "strano", se ad esempio avviene un disastro come il terremoto che distrugge una città, e questa viene ricostruita, il PIL cresce, ma non siamo certamente tutti più ricchi di prima!
inoltre se lo stato "stampasse" i soldi che necessitano per la salerno reggiocalabria aumenterebbe di poco l'inflazione ma lo stato avrebbe un bene in carico che vale miliardi a confronto di prima. ed aumenterebbe anche il PIL, inoltre si avrebbe denaro che circola nelle tasche di chi ha costruito l'opera in questione (operai compresi) che farebbero circolare acquistando beni, e tutti starebbero meglio.
Ci sono parecchi post a riguardo su disinformazione.it ,dai più noti sul signoraggio (i soldi li stampano le banche e li prestano allo stato) a quelli meno noti che spiegano come mai gli stati federali tedeschi abbiano cominciato a "battere" moneta locale, naturalmente la moneta viene stampata dagli stati, e non dalle banche (regiogeld mi pare si chiami) inoltre per evitare accumuli di denaro, tali banconote svalutano ogni tot di tempo dall'emmissione in corso, in tal modo "scotta" letteralmente tra le mani e viene immediatamente speso da chiunque, e non accumulato.
Cosi si risolve anche il problema di chi vorrebbe ingiustamente far fruttare il proprio gruzzolo senza far nulla.
Il problema principale, secondo me, ma non sono uno statista ne un commercialista, e che i soldi che usiamo ogni giorno sono di una spa con sede alle isole cayman (credo si scriva così).
Forse cambiare le leggi in maniera che il nostro denaro sia veramente NOSTRO sarebbe il primo passo.
Altri in passato hanno tentato di farlo, ed alcuni sono improvvisamente "morti" (cito kennedy ma di nomi ce nè una lista).
Senza contare che la ripresa economica del terzo reich prima della seconda guerra, era si dovuta alle rapine legalizzate nei confronti degli ebrei ma anche dalla decisione di Hitler di sganciarsi dalla banca internazionale.
Non deve comunque essere impossibile visto che il paese delle banche (svizzera) detiene ancora la sovranità di stampare il proprio denaro.
Questa sarebbe una vera innovazione che porterebbe la cartamoneta di nuovo al suo status di tramite per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, e non ad essere meta ultima come è nell'immaginario collettivo (tutti desiderano un bel conto in banca).
Possedere un bene e fruirne i servizi sono cose ben diverse!
arrivederci a tutti
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Il sistema semplice
Visitatore |
Re:IL DEBITO PUBBLICO - L'unico limite dello stato - 2005/12/30 17:46
Vorrei aprire una finestra su un punto fondamentale di questa nostra società.
Il Controllo fiscale.
Per esprimere il concetto in modo semplice e diretto mi avvalgo della realtà virtuale (Immaginativa).
Una signora entra in un negozio, compra qualcosa e và alla cassa.
Esce dal negozio con una busta piena di merce e uno scontrino.
Torna a casa ripone le cose che ha acquistato, poi tira fuori da un cassetto un libro mastro, lo apre al giorno odierno ed annovera nella sezione uscite la spesa effettuata.
Per ogni cent che circola lo stato si prende una tassa.
Ora se la signora compra una mela, e la paga 10 cent, in quei 10 cent ci sono
il guadagno per il commerciante e le relative tasse.
La signora non possiede più quella somma perchè l'ha scambiata con una merce.
Ella è più povera in denaro e più ricca in merce.
Quindi detrae la somma spesa dalla sua liquidità.
A fine anno ella avrà guadagnato diciamo 10.000 euro ne avrà spese 8000
la sua ricchezza tassabile è su 2000.
Se così fosse ogni cittadino commerciante impiegato, libero professionista richiederebbe lo scontrino o la fattura.
In meno di quanto si possa pensare lo stato si troverebbe ad avere la situazione sotto controllo.
Non solo ma finirebbe il sommerso, le tasse sarebbero più che dimezzate
perchè le pagheremmo tutti.
Ora la domanda che mi pongo è perchè non viene attuata questa forma di tassazione che è semplicissima e dove nessuno ha interesse ad evadere?
Un commercialista mi ha detto che ci sono interessi per le quali non si può attuare.
Egli ha ammesso che con una regolamentazione così semplice basterebbero
pochissime leggi fiscali.
"E noi perderemmo gra parte del lavoro".....
Bene adesso penso che sia giunto il momento di fare qualcosa grazie anche a strumenti quali internetcrazia )
un saluto
roberto
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WildBuzz
Utente
 Senior Internetcratico| Posts: 11 |   | |
Re:IL DEBITO PUBBLICO - L'unico limite dello stato - 2006/01/03 17:31
Posto questo schemino che avevo fatto per chiarirmi un po le idee sul sistema bancario e sul signoraggio, è una bozza e ogni commento (o correzione) è ben accetto, ma credo che dia abbastanza bene l'idea di quanto possa lucrare le banche alle nostre spalle, o meglio nelle nostre tasche !
byez

Modificato da: wildbuzz, Modificato alle 2006/01/03 17:39
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